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Il traffico di droga distrugge una comunità indo-americana

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Il volume crescente del traffico di droga, legato agli alti margini di profitto consentiti dal proibizionismo, può fregiarsi di un ennesimo effetto perverso: l’agonia di un piccolo popolo di 28.000 indo-americani della Tohono O’odham Nation, di stanza in Arizona al confine con il Messico (v: la selezione da “New York Times” in “Repubblica” del 1° febbraio, p. V).

La zona infatti è diventata un crocevia di trafficanti che offrono soldi ai locali, spesso disoccupati e miserabili, in cambio di stoccaggio e trasporto di droga, soprattutto marijuana. Ma la zona è ormai capillarmente militarizzata, soprattutto da parte della United States Border Patrol, oltre che dalle molte compagnie di vigilantes armati sino ai denti e con licenza di uccidere; quindi per i disperati che accettano di fare i magazzinieri e gli spalloni si tratta di attività ad altissimo rischio. Cioè è sempre più elevata la frequenza dei sequestri (144 tonnellate di marijuana nel 2009, contro le 91 del 2008), così come quella degli arresti e delle condanne penali.

Purtroppo questa è solo una goccia nel mare delle quotidiane tragedie provocate dal traffico di droga e di migranti clandestini attraverso gli sbarramenti del confine Messico-USA, di cui un efficace assaggio si è potuto vedere nel film dei fratelli Coen “Non è un pese per vecchi”. E naturalmente i veri profittatori restano il più delle volte impuniti, grazie alla corruzione e alle complicità politiche: non solo i boss del narcotraffico e del commercio di carne umana, ma anche, per esempio, i venditori di armi, per lo più sempre più potenti e costose armi d’assalto. Infatti negli stati confinanti con il Messico questi possono vantare un volume d’affari assai superiore di quello dei loro pur benestanti colleghi nel resto degli USA: il tutto sotto lo scudo della Costituzione della Repubblica stellata, sotto la ferrea protezione dell’intoccabile National Rifle Association e dei politici che essa foraggia.

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